Traccia
dell'intervento svolto in Sala Ajace
il 21 maggio 2003
in occasione della campagna elettorale
per le elezioni amministrative
La pace conosce solo mezzi pacifici
Il XX secolo si è chiuso alle nostre spalle
da poco, lasciando un’impressionante scia di milioni di morti a causa delle
guerre mondiali, della Shoah, dei conflitti razziali, religiosi ed etnici. Che
lezione abbiamo imparato dalla nostra storia?
Nessuna, sembra, se le stesse modalità violente vengono oggi riproposte e
utilizzate per la soluzione dei problemi internazionali e la lotta sacrosanta al
terrorismo.
Le indicazioni dell’Onu con cui abbiamo aperto il nuovo secolo di “creare
una cultura di pace” e di promuovere il “dialogo tra le civiltà” sembrano
lettera morta.
Per il principio di interdipendenza tra tutti gli esseri umani (oggi si chiama
globalizzazione), non si può parlare di pace, non ci si può dire “felici”,
fino a quando non sarà allontanato dall’umanità lo spettro della guerra.
Per opporsi alla guerra, però, occorre esaminare profondamente la natura della
nostra civiltà e i valori sui quali essa si fonda.
Se mettiamo al centro dell’impianto ideologico che la Vita ha un valore
supremo, che ognuno di noi è insostituibile, che può tirare fuori un
potenziale immenso e che – dall’altra parte – uccidere sia il crimine più
efferato, non trovano alcuna giustificazione le guerre giuste, quelle
preventive, quelle sante o di liberazione. A meno di non voler bombardare quel
terzo del pianeta che non vive in democrazia.
Aprire un dialogo con l’Islam, innanzitutto. L’11 settembre ha precipitato
l’umanità nel buio della paura, dove le persone sembrano non riconoscere più
l’umanità dell’altro. Aprire un dialogo non significa versare benzina
sull’odio. Ci stiamo rendendo conto dalle cronache dei numerosi attentati di
questi giorni che “chi semina vento, raccoglie tempesta”.
Adesso è il momento di mostrare il coraggio della non-violenza. Come diceva il
Mahatma Gandhi, “La non violenza non è l’alibi per la vigliaccheria, ma la
suprema virtù del coraggioso”. La non violenza ci pone in ascolto
dell’altro.
Ci fa interrogare, per esempio, sul perché una ragazza palestinese di 20 anni
debba imbottirsi di tritolo, e quale immensa disperazione può far scattare
l’innesco che dilanierà il proprio corpo.
Capire cosa pensano gli altri, le loro ragioni, confrontarsi. E i singoli
cittadini possono premere affinché ciò avvenga, nello spirito della Nuova
Democrazia, sancita alla Conferenza dell’Aja nel ’99.
Questo cambiamento delle persone, di sempre più persone, può davvero portare
al cambiamento del destino di una nazione e della storia dell’intera umanità.
Affermare quindi che “la pace conosce solo mezzi pacifici”, richiama il nodo
centrale della questione che ci troviamo oggi ad affrontare a proposito della
guerra e della pace. L’annoso tema del rapporto tra mezzi e fini. Aldo
Capitini, ribaltando l’assioma classico che vedeva nella preparazione della
guerra il mezzo per mantenere la pace, diceva al contrario: “se vuoi la pace,
prepara la pace”.
La vera battaglia del XXI secolo non sarà quella tra civiltà o religioni
diverse, ma tra la scelta della violenza e quella della non-violenza.
Certo, il terrorismo va risolto nel breve termine. Ma nel lungo periodo,
l’unica soluzione possibile è l’educazione. Lo strumento principe per
trasmettere alle nuove generazioni i più alti valori dell’umanesimo, proprio
di quella cultura che – per la conquista civile che ha segnato nella nostra
storia – ci è tanto cara.
Dal rispetto per la vita umana, che si pone ben prima delle valutazioni e delle
scelte politiche, occorre tuttavia arrivare proprio ad esse. E queste si
concretizzano nel Diritto. Nei Diritti Umani, per la precisione. E’ per quello
che è importante passare dalla fase della protesta pacifista, alle proposte
concrete. Cosa posso fare io, nel mio mondo, per la pace e l’educazione?
Una cosa in particolare. In
questi mesi, vi è una raccolta di firme per l’insegnamento obbligatorio dei
diritti umani nelle scuole. E’ da decenni che l’Unesco ha
identificato tre aree pedagogiche per costruire la pace, cioè l’educazione ai
diritti umani, allo sviluppo e al disarmo.
Nessun individuo nasce con idee razziste. Nella maggior parte i sentimenti di
pregiudizio e discriminazione, cioè l’odio per gruppi diversi dal proprio,
vengono inculcati nelle persone durante il cammino di crescita verso l’età
adulta. Il pregiudizio è figlio dell’ignoranza. E - questa sì! - va
combattuta.
Proprio in questo periodo storico, durissimo e sanguinoso, in realtà l’umanità
ha la grande opportunità di far montare un flusso crescente di rispetto per i
diritti umani. Questo è il potenziale che hanno i singoli cittadini, tutti noi.
Aurelio Peccei, co-fondatore del Club di Roma, ha affermato che “la gamma di
capacità ancora dormienti in ciascuno di noi è così grande che queste possono
essere trasformate nella più grande risorsa umana. Solo sviluppando tali
capacità potremo porre ordine e armonia nelle nostre vite e nella relazione con
la natura, progredendo verso il futuro”.
Mi piace chiudere quest’intervento con l’invito caloroso a recarvi presso i
vostri comuni a firmare la raccolta di firme per la legge sui diritti umani
nelle scuole, e ricordando infine una frase di
"Se vuoi cambiare il mondo, devi cambiare te stesso.
Se vuoi cambiare te stesso, cambia il tuo cuore”